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Alien: Covenant e lo xenomorfo alla griglia
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C’è una scena di Alien: Coventant che mi ha fatto venie voglia di uscire dalla sala.
Più o meno a metà film.
Un membro dell’equipaggio, in esplorazione del misterioso pianeta, si avvicina a un enorme uovo di xenomorfo che spalanca i propri petali collosi pronto a sparargli in faccia l’essere tentacolare (Facehugger) che vi depositerà l’embrione.
È una delle scene madri del primo Alien, uscito nel 1979, e che più s’impressero nell’immaginario degli spettatori.

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Per una serie di validi motivi, il primo film aveva terrificato genuinamente il pubblico. Lo xenomorfo era – ed è -, oggettivamente orribile, una creatura repellente che ricordava un gigantesco insetto. Ma oltre al suo aspetto ciò che inquietava era la sua natura di parassita. La capacità di servirsi del corpo umano per crescervi e infine distruggerlo con un parto splatter.
Ora, se i tempi cambiano, la paura è un sentimento che rimane uguale a se stesso e trova nell’ignoto il suo ingrediente principale.
Il problema di Alien: Covenant è proprio questo: non ha nulla di ignoto.
Tutto è familiare allo spettatore come una seconda casa per la villeggiatura ereditata dalle generazioni passate.
La nave che viaggia nello spazio; l’equipaggio che si desta dall’ipersonno; il droide così simile all’uomo; un segnale misterioso che devia la rotta verso un luogo non pianificato; l’eslporazione eccetera.

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Nel momento in cui l’astronauta avvicina il volto all’uovo so già quello che sta per accadere. Si tratta di eventi a tal punto registrati dall’immaginario che non possono più fare paura. L’unico modo che un regista ha di rilanciare una scena vista e rivista, è conferendole una valenza simbolica che vada oltre una suspense che non può più essere evocata. Ma anche la simbologia di Alien: Covenant è qualcosa di trito e ritrito dalla fantascienza. Qui il “tema alto” vorrebbe essere quello del droide, la macchina perfetta creata dall’umano che aspira a elevarsi sopra il proprio creatore per creare essa stessa. David, il robot che l’equipaggio trova sul pianeta alieno, cita Shelley e Wagner e suona il flauto. Aspira a trascendere la sua natura meccanica. Ma, come detto, si tratta di tematiche già viste al cinema e lette una infinità di volte. Alien: Covenant non fa paura e non fa riflettere. Rimane il talento del regista nel delineare gli scenari del misterioso pianeta, simile alla Terra ma su cui grava oltre che un cielo plumbeo, un senso di minaccia, un presentimento.
Ma è troppo poco.

Ci si chiederà perché sia andato al cinema a vedere il film.
Non per autolesionismo, ma perché avevo sperato davvero in una svolta nella vicenda, un’evoluzione della trama che anziché replicare vecchi orrori, ne evocasse di nuovi. Nel primo capitolo di questa seconda saga, Prometheus, c’era stato un momento (video sopra) che aveva catturato la mia attenzione, lasciandomi in sospeso: uno dei cosiddetti ingegneri viene ridestato dall’ipersonno e gli esseri umani (e gli spettatori) si trovano faccia a faccia con i loro (i nostri) probabili creatori.
Lì, Scott avea creato una tensione genuina, un orrore metafisico che si era alimentato dall’ansia di conoscenza della dottoressa Shawn: “Chiedigli perché ci hanno creato e vogliono distruggerci!” ordinava la bella Elizabeth al droide David, in grado di parlare l’idioma degli alieni-padri.
La domanda rimaneva insoluta, ma la Shawn, sopravvissuta all’ennesima strage di equipaggio, decideva di partire non per la Terra ma per il pianeta degli Ingegneri e avere finalmente la madre di tutte le risposte: perché siamo stati creati.

Sono andato al cinema, ho concesso a Scott 123 minuti del mio tempo per saperlo, e lui come mi ha risposto?
Con uno xenomorfo sparatomi in faccia.
Non so se andrò a vedere il terzo film.
A questo punto, non so se vale la pena sapere perché gli Ingegneri mi hanno creato.
Meglio levarsi il Facehugger dalla faccia e farlo alla griglia.
A giduicare dai tentacoli, deve sapere di polipo.

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