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Alien: Covenant tra scivoloni e puro orrore metafisico
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La curiosità che porta l’uomo a confrontarsi con l’orrore, la perfezione che diventa qualcosa di così lontano da noi da essere un mostro, il transumanesimo, l’etica e il destino della nostra razza. Questi alcuni dei temi messi sul tavolo da questo Alien: Covenant, pellicola con cui Scott tenta di gettare un ponte tra Prometheus e Alien, raccontandoci cosa è successo tra la fine del primo e il massacro della Nostromo.
Il risultato è un film di alti e bassi che, pur non scadendo negli errori al limite del ridicolo del suo più recente predecessore, ogni tanto sbanda in maniera inspiegabile in quelli che dovrebbero essere i momenti più importanti, ma riesce tutto sommato a mantenersi in carreggiata e offre una storia con dei bei momenti di orrore puro e magnificenza visiva

Alien: Covenant parte trasportando il mito dei primi coloni americani nello spazio. La Covenant infatti è una un’astronave pensata per trovare una nuova casa su un mondo lontano, grazie a un piccolo equipaggio e migliaia di persone in ipersonno ed embrioni congelati che attendono lo sbarco. Per rendere il parallelismo ancora più evidente, la nave è anche dotata di vele solari che devono essere spiegate ogni tanto per ricaricare le batterie e continuare il viaggio.

E proprio come in un romanzo d’avventura ambientato nei sette mari, sarà una tempesta a portare verso i coloni un messaggio in bottiglia e la promessa di un mistero da svelare. Giusto il tempo di inviare una navicella in esplorazioe che Alien: Covenant cambia pelle ed evoca gli esperimenti dell’Isola del Dr. Moreau e i giochi d’ombre, l’isolazione e le atmosfere cupe di Apocalypse Now, solo che stavolta l’orrore è reale e braccherà i protagonisti fino a un finale che ovviamente vuole condurci al terzo film.

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Nelle circa due ore di racconto Ridley Scott mescola idee e scenari grandiosi e megalitici con soluzioni decisamente frettolose e a limiti del ridicolo, interessanti, ma un po’ verbose, elucubrazioni sull’umanità con un catastrofismo goffo che fa sembrare i protagonisti dei pasticcioni al limite della commedia. Tutti sembrano ignorare le ben che minime norme di sicurezza e si comportano come marinai del quattrocento che vedono per la prima volta le coste sudamericane, toccano tutto, si isolano, sparano a caso, scivolano, si fanno prendere dal panico. Non siamo ai livelli di Prometheus, ma quasi.

Ovviamente il bello di questi film sta anche nel continuo massacro della truppa, e dunque ogni decisione conduce alla morte di qualcuno, quasi sempre per l’errore di valutazione di un compagno. Nel frattempo il bisogno di dover in qualche modo connettersi con Prometheus costringe a raccordi che paiono raffazzonati (tipo il trailer rattoppo uscito in occasione dell’Alien Day) e che tradiscono la voglia di lasciarsi velocemente alle spalle tutta la questione sugli Ingegneri e sulla civiltà che avrebbe creato l’umanità, che pure erano le uniche parti interessanti del prequel.

L’unico vero punto di collegamento tra i due film è la figura sintetica di Fassbender, al quale spettano le parti più ricche di dialoghi (anche troppo ricche in certi momenti) nonché l’arduo compito di unire passato e futuro. Sarà che il resto del cast non brilla per la personalità o tridimensionalità ne ha molto tempo per svilupparla, salvo qualche eccezione, ma Alien: Covenant è senza dubbio un film in cui la persona più interessante ed espressiva è un cyborg.
Fortunatamente Scott ogni tanto si ricorda anche di essere il padre di questa saga, un padre che dice di aver disconosciuto tutti i suoi figli, persino Aliens – Scontro Finale, ma che sa ancora come si costruisce una tensione fatta di silenzi, sibili e doppie mascelle che guizzano. La paura più grande prima della visione era che lo Xenomorfo anzi, Neomorfo, fosse troppo alla luce del sole per generare la dovuta angoscia, ma per fortuna la sua eccessiva esposizione viene controbilanciata da alcuni momenti più oscuri.

Tuttavia siamo ben lontani dalla tensione del primo film, che viene vagamente citato in inquadrature, oggetti di scena e scenografie ma anche dai momenti più action del secondo, che però ritornano in alcune suggestioni finali. Forse Scott ha ignorato tutti gli Alien che non fossero il suo, ma di sicuro li ha fatti vedere al proprio assistente di regia.

Gli ultimi 20 minuti sembrano fatti solo per il gusto di tornare a vedere un alieno che si aggira per i corridoi di un’astronave, ma tutto è troppo veloce, semplice e illuminato per poter anche solo essere paragonato a ciò che succede sulla Nostromo.

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Sullo scorrere dei titoli di coda, sarà per le aspettative veramente basse dopo Prometheus, sarà perché tutto sommato si percepisce la voglia di raccontare qualcosa di interessante e di aggiustare il tiro, il sentimento che prevale è quello di una sufficienza, forse non altissima, ma comunque confortante in vista del terzo film, che dovrebbe chiude il cerchio con le disavventure di  Ellen Ripley. Restano sul piatto alcuni momenti che andavano gestiti meglio e la sensazione che si poteva fare qualcosa di più di alcuni dialoghi messi là solo per fare da spiegone. L’impressione è che certe suggestioni, come lo Space Jockey, avrebbero avuto più forza senza alcuna spiegazione.

La parte più interessante sarà capire come siamo passati dalle tecnologie avanzate di Covenant, con interfacce touch e schermi al plasma, ai monitor a bassa risoluzione e alle tecnologie quasi analogiche del primo capitolo.

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