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How To Talk To Girls at Parties: l’assurda fantascienza tra punk, queer e stile-Bjork
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Londra, sobborgo di Croydon a cavallo degli anni ‘80, la cultura punk impera e un gruppo di ragazzi infervorati da spillette e capelli sparati in aria è in cerca di una sospirata festa. Finirà invece in una magione in cui risiede un gruppo di alieni inguainati in lattice dai colori pantone e ne uscirà con tutta una trama da svilupparsi nel resto del film. Chi avrà scoperto la propria bisessualità, chi avrà trovato un amore vero, chi invece avrà capito un nuovo genere musicale, tutti lotteranno da lì in poi per impedire che gli alieni si autodistruggano come hanno programmato di fare.

Se siete confusi da questa sinossi è normale, How To Talk To Girls At Parties è tratto da una storia breve di Neil Gaiman e con difficoltà regge la lunghezza, inoltre non ha propriamente l’obiettivo di narrare un intreccio solido, è più un film che fa agire ragazzi e ragazze tra il punk e il camp (quell’estetica esagerata, colorata e sessualmente disinibita che si sviluppava molto proprio ad inizio anni ‘80). Con referenti chiarissimi come The Rocky Horror Picture Show (da cui riprende l’idea che entrando in una magione si passi in un altrove) e Le Ragazze Della Terra Sono Facili (da cui riprende gli alieni colorati ed eccessivi), il quarto film di John Cameron Mitchell è un crowd pleaser imperfetto ma almeno vitale.

A reggere il tutto c’è il gusto del ribellarsi. I punk vogliono ribellarsi, la camp culture è fondata sulla ribellione ai costumi rigidi, la morale bigotta e la sessualità irregimentata, entrambi amano provocare e scandalizzare proponendosi come non accettabili, la loro fusione è un delirione in cui nessuna regola è fissa e davvero ribellarsi è più importante di ribellarsi effettivamente a qualcosa. Non c’è infatti un nemico o un’opposizione in questo film, non si percepisce uno stato o una società che mettono i bastoni tra le ruote ai protagonisti. La ribellione pura, fine a se stessa, la celebrazione di un atteggiamento senza nessun riguardo per le regole.

Facilissimo che non piaccia, ma ancor più facile che diventi un piccolo cult da appassionati, con una visione della fantascienza da macchietta (ma è quello l’obiettivo) e un gusto musicale estremamente sviluppato. La lista della colonna sonora è ineccepibile e anche i brani che vengono eseguiti nel film sono forse la parte più interessante.
Nella scena più memorabile infatti Elle Fanning (aliena inibita che si libera dalle catene della sua cultura conoscendo il punk) è catapultata sul palco forzatamente per cantare qualcosa, qualunque cosa, accompagnata da una band punk che non l’ha mai vista prima. Inizierà a mormorare qualcosa che piano piano diventa un brano arrabbiato, duro, violento e punk, contaminato dal postrock di Bjork e dall’upbeat del glamrock. Il brano si chiama Eat Me Alive e davvero è la parte più sensata del film, l’unica che in grado di sintetizzare in una scena tutto quel che si vuole dire.

Per il resto il film che oltre ad essere fantascienza abbozzata è anche teen movie abbozzato e nostalgia movie abbozzato, vuole piacere a chi ha già deciso che gli piacerà perché ne ama costumi, punto di vista ed etica. In questo senso anche la partecipazione di Nicole Kidman, truccata come fosse uscita da Blade Runner, nella parte di una promoter e scopritrice di talenti punk è perfettamente in linea. L’attrice è al minimo sindacale dell’impegno ma, sembra di capire, al massimo del divertimento. Come in gita. Si permette anche il lusso imperdonabile per un’attrice vera di fumare malissimo una canna di dimensioni e pulizia improponibili in un film serio ma concepibili solo in questo baraccone che vuole divertirsi con il pubblico.

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