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La battaglia dei sessi, un’occasione sprecata
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A vederla con i capelli a caschetto scuri, gli occhiali tondi dalla montatura leggera, e ben sette chili di muscoli messi su per l’occasione, Emma Stone è a stento riconoscibile. Sostituite le scarpette da tip-tap con la racchetta da tennis l’attrice è a caccia di un’altra nomination con la sua interpretazione in La battaglia dei sessi. Veste i panni di Billie Jean King nella storia vera tratta dalla partita di tennis del 1973 passata alla storia come Battle of the Sexes (La battaglia dei sessi, appunto) dove la tennista accettò la sfida dell’ex campione in pensione Bobby Riggs (Steve Carell), convinto di poter battere anche la n.1 del circuito femminile, nonostante i 50 anni d’età.

la battaglia dei sessi

La partita, trasmessa in tv e giocata in uno stadio di baseball per accogliere più pubblico possibile, divenne uno degli eventi sportivi più attesi e seguiti di tutti i tempi ed ebbe più di 90 milioni di spettatori in tutto il mondo. Da casa e dagli spalti c’era infatti la sensazione di assistere a molto di più che a un match sportivo. In quel campo si stava giocando la battaglia per la parità dei diritti tra uomini e donne, nello sport e non solo. Se infatti Riggs aveva preso quasi come uno scherzo il suo ruolo del maiale sciovinista – come lui stesso si definiva – convinto che le donne debbano restare in cucina, Billie Jean King aveva già dimostrato di avere a cuore i proprio interessi e quelli delle colleghe. Da anni stava combattendo per la parità fra uomini e donne in un settore in cui i premi in denaro assegnati a queste ultime valevano un dodicesimo di quelli degli uomini e, nonostante fosse stata la prima donna a ottenere un premio in denaro di 100mila dollari, aveva abbandonato la Uslta per fondare la Women’s Tennis Association. Ma non solo. In quegli anni di liberalizzazione sessuale la giovane tennista era alla ricerca della propria identità e stava iniziando la relazione con un’affascinata parrucchiera (nella realtà la sua segretaria).

BILLIE JEAN KING

Diretto dai coniugi Jonathan Dayton e Valerie Faris, già registi di Little Miss Sunshine, il film vuole illustrare il clima di un’epoca attraverso un fatto emblematico, una convergenza mediatica che ha fatto la storia. Purtroppo però la raffinata delicatezza apprezzata in Little Miss Sunshine è del tutto assente, sostituita da una messa in scena troppo patinata per lasciare il segno. Il racconto dell’amore tra Billie Jean e Marylin Barnett è didascalico e ripetitivo, si piacciono, se lo dicono, continuano a dirselo per tutto il film. Va benissimo voler parlare in termini e semplici e chiari per comunicare con un pubblico più vasto possibile, ma c’è il rischio di semplificare al punto da banalizzare. Non c’è spazio per il vero dissidio interiore della tennista né per la storia che l’ha portata fin qui. La figura del marito è solo accennata e uno dei personaggio più rilevanti e sfaccettati, Jack Kramer, (interpretato da Bill Paulman), lui sì convinto che le donne non potessero essere considerate al pari degli uomini, è lasciato sullo sfondo. È un peccato. Film che raccontano di questioni così importanti dovrebbero aver la forza di difendersi da qualsiasi attacco per lo meno stilistico e formale.

BATTLE OF THE SEXES

Ma gli interpreti sono bravissimi, Steve Carell in testa, e la speranza è che nonostante tutto si ri-focalizzi l’attenzione su problematiche che non sono ancora state risolte, ma anzi sono più attuali che mai. Intervistata in occasione dell’uscita americana, la vera Billie Jean King ha dichiarato: “Oggi rispetto a un dollaro guadagnato da un uomo, le donne bianche guadagnano 78 centesimi, le afroamericane 64 centesimi, le donne ispaniche e quelle native 54 centesimi. La presenza femminile al Congresso non arriva neanche al 20 percento. Pochissime sono le donne manager. E ciò che la gente non capisce è che la penalizzazione delle donne penalizza anche le loro famiglie. È un’assurdità che provoca disagio a tutti. Spero che la storia di questa partita continuerà a favorire il dialogo, a unire le persone e a non discriminare. Le cose per cui abbiamo combattuto nel 1973 sono quelle per cui ancora combatto e dobbiamo continuare a farlo“.

 

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