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Lo scandalo Harvey Weinstein e il sessismo dei media italiani
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Il 5 ottobre scorso il New York Times ha pubblicato uno sconvolgente reportage che conteneva decenni di accuse di molestie sessuali rivolte al potentissimo produttore e distributore Harvey Weinstein, noto per la sua influenza ma anche per la sua irruenza grazie alle sue aziende, prima la Miramax e poi The Weinstein Company (i suoi film hanno ottenuto oltre trecento nomination agli Oscar). Cinque giorni dopo, il New Yorker ha pubblicato un lunghissimo exposé a firma di Ronan Farrow in cui le accuse venivano ulteriormente circostanziante e si aggiungeva quella di stupro.

Ne emerge una sequela di aggressioni sessuali rivolte a collaboratrici, impiegate e attrici più o meno famose (da Ashley Judd a Rose McGowan, da Mira Sorvino ai tentativi rivolti a Gwyneth Paltrow e Angelica Jolie). Il tutto aggravato dall’atteggiamento dell’uomo, che forte della sua posizione di potere anche economico avrebbe comprato il silenzio delle sue vittime con l’intimidazione (“Non lavorerai più nel cinema“) o con il denaro. Nell’articolo del New Yorker anche l’attrice e regista italiana Asia Argento ha rivelato di essere stata molestata da Weinstein, che le avrebbe forzatamente praticato sesso orale nel 1997.

Le conseguenze di queste rivelazioni non si sono fatte attendere: oltre alle attrici che hanno denunciato le violenze, e che vengono lodate dall’opinione pubblica per il loro coraggio, anche altre star di Hollywood, nomi come Meryl Streep, Glenn Close e George Clooney, hanno comunicato solidarietà alle vittime e disgusto per l’atteggiamento del produttore. Michelle e Barack Obama hanno preso le distanze da Weinstein, che nella sua carriera è stato un grande finanziatore del Partito Democratico (alcuni senatori hanno addirittura devoluto in beneficienza le sue donazioni).

Weinstein è stato in questi giorni licenziato dalla sua azienda (che conta di cambiare nome per limitare i danni), lasciato dalla moglie Georgina Chapman, accusato di essere un bugiardo cronico dallo stesso fratello e socio in affari, sospeso dall’associazione del cinema inglese Bafta e probabilmente lo sarà anche dall’Academy degli Oscar. Nel frattempo l’uomo, che aveva all’inizio diffuso una lettera di scuse in cui dava la colpa al clima storico in cui era cresciuto, si dice diretto in Europa per curarsi dalla dipendenza dal sesso.

La responsabilità dei media negli Usa
La cosa sorprendente per i non addetti ai lavori che in questi giorni stanno leggendo le storie legate a Weinstein è che il suo atteggiamento aggressivo nei confronti delle donne era noto nell’ambiente da tempo. Voci più o meno sussurrate si sono rincorse per decenni ma nessuno dei grandi media americani o internazionali aveva colto prima d’ora l’occasione di parlare dell’accaduto. Questo è dovuto in parte anche al fatto che le vittime, spesso intimidite e annichilite dal potere del loro assalitore (uno degli uomini più ricchi, influenti e convincenti dello showbiz americano), si rifiutavano di uscire allo scoperto per timore di ritorsioni.

Eppure anche i giornali americani sembrano aver una parte di responsabilità nel aver taciuto su certe vicende. La giornalista Sharon Waxman, pur lodando il lavoro del New York Times, ribadisce che prima di allora nessun media si era occupato in prima linea della questione, nemmeno il quotidiano stesso, che nel 2004 fece passare sotto silenzio una sua inchiesta sull’intreccio fra affari e sesso che Weinstein conduceva nella sede italiana della Miramax a Roma e anche su due casi in Inghilterra in cui il produttore aveva pagato il silenzio di due sue accusatrici. Quell’articolo apparve in forma tagliata e molto edulcorata sul New York Times, ma è anche vero che Waxman, che dal 2009 ha fondato e dirige il portale di news sul mondo dell’intrattenimento The Wrap, non è mai più tornata sulla vicenda.

Un certo clima di omertà è stato però denunciato anche da Ronan Farrow, l’autore dell’inchiesta sul New Yorker (e, fra le altre cose, figlio di Mia Farrow e Woody Allen). Intervistato dalla giornalista Rachel Maddow sul canale americano Nbc, a Farrow è stato chiesto perché una storia che ha richiesto mesi e mesi di lavoro non fosse uscita prima: “Lo chieda ai vertici di Nbc News“, ha risposto il giornalista alludendo al fatto che inizialmente il suo reportage era stato commissionato da loro e poi stralciato.

Eppure ora che il vaso di Pandora è stato scoperchiato negli Stati Uniti il dibattito sulle molestie sessuali è accesissimo. Non solo la copertura mediatica del caso Weinstein è estesa e nella stragrande maggioranza dei casi attenta a rispettare le donne che sono uscite allo scoperto rivangando i loro traumi. Ma si stanno anche compiendo parecchi sforzi per ampliare il discorso, portandolo su temi più generali come il ruolo dei maschi di potere nei luoghi di lavoro e la prevenzione di atteggiamenti equivoci e inappropriati. In Italia, invece, il livello della discussione sembra essere di tutt’altro tipo.

La rappresentazione del caso sui giornali italiani

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Del complesso caso di Harvey Weinstein in Italia, per ragioni che possono anche sembrare ovvie, è stato recepito soprattutto l’episodio di Asia Argento. Che sia coinvolto un personaggio noto nel nostro Paese avvicina ai lettori una vicenda che altrimenti potrebbe essere percepita come relegata nel lontano e dorato mondo di Hollywood.

Il problema è che il passato trasgressivo di Argento e i suoi comportamenti non convenzionali sono entrati prepotentemente nel discorso italiano sulla questione. Sul New Yorker l’attrice ha ammesso che, dopo la sconcertante violenza che ha subito all’età di 21 anni e da cui non si è ancora ripresa del tutto, la dipendenza psicologica e lavorativa a Weinstein l’ha spinta a frequentarlo anche negli anni successivi.

Il dibattito in Italia si è concentrato moralisticamente proprio su questi dettagli: perché non l’ha denunciato prima? Perché non ha detto semplicemente no? Perché ha accettato la sua vicinanza e i suoi regali dopo il fattaccio? Come se la psicologia e il recupero delle vittime di violenze sessuali forse lineare e bidimensionale come quella di qualsiasi commentatore del web.

Queste insinuazioni, che in modo smaccatamente italico non puntano il dito sul predatore ma sulla preda (in stile “certo che con quella minigonna...”), sono alimentate dalle stesse testate italiane che, con una precisa scelta di termini e di immagini come quella sopra, contribuiscono alle ricostruzioni ammiccanti e pruriginose.

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Le parole, appunto. In questi giorni si sta notando un’insistenza abbastanza marcata negli articoli dedicati a Weinstein nell’utilizzo della parola diva: “Molestie a Hollywood: le dive contro Weinstein” titola Repubblica, ripreso quasi pedissequamente anche da Rai News. Chiunque s’intenda minimamente di lessico italiano sa che la parola diva (oltre a essere utile “giornalisticamente” per la sua brevità da titolo ad effetto, ma allora anche “star“) ha connotazioni ben precise: nell’immaginario non suscita solo l’idea di un’attrice molto famosa, infatti, ma richiama anche concetti di frivolezza, capriccio e vizio.

Decisamente peggio ancora fa il Corriere della Sera che, inseguendo i click con una gallery apposita, titola: “Le immagini che imbarazzano le dive“.

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In tematiche delicate come le violenze sessuali ci sono termini che andrebbero usati con estrema cautela: colpa, vergogna, imbarazzo, pena. Cosa vorrebbe dire che le “dive” dovrebbero essere “imbarazzate” per le foto che sono state scattate in tempi non sospetti con Weinstein? Il sottinteso, forse non voluto ma comunque subconscio, è: si facevano le foto con lui, in alcune pure lo baciavano, facevano il trenino, magari se la sono andata a cercare.

E tutto ciò – un sottile, automatico e questo sì imbarazzante sminuimento della vicenda – viene da testate che su altri fronti (vedi Il Tempo delle Donne o La 27esima ora) si impegnano per l’uguaglianza della donna e per un equo trattamento di tutti gli individui. Mentre nei boxini morbosi sulla destra delle loro homepage trionfano modelle mezze nude e scandali sessuali più o meno beceri.

È ovvio che questi casi non sono facili da trattare, soprattutto in quanto hanno ribaltato mezza Hollywood, figurarsi se non prendono alla sprovvista i cronisti italiani. Eppure sono anche momenti, questi, in cui la delicatezza e il rispetto dovrebbero venire prima di ogni cosa. Scandali di una tale portata dovrebbero essere una palestra per tutti noi, per esercitare la comprensione o, ancora meglio, la sospensione del giudizio.

La priorità è quella di sviluppare una cultura in cui le donne non devono sentire nessuna colpa e nessun imbarazzo a denunciare gli abusi e in cui tutti – uomini e donne, giornalisti e commentatori del web – non esitano a schierarsi dalla loro parte contro i violentatori, senza vedere del marcio in qualsiasi denuncia. In Italia, invece, c’è ancora chi tira fuori la scena di Argento e del dobermann.

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