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L’ominide più antico al mondo è europeo
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(foto: Wolfgang Gerber, University of Tübingen)
(foto: Wolfgang Gerber, University of Tübingen)

Le grandi scimmie e gli esseri umani si sono differenziati centinaia di migliaia di anni prima di quanto pensato finora. E tutto sembra essere partito dall’Europa. È questa la nuova suggestiva ipotesi pubblicata su Plos One da un team internazionale di ricercatori, coordinati da Madelaine Böhme dell’università di Tübingen e da Nikolai Spassov del Bulgarian Academy of Sciences, che grazie al ritrovamento di alcuni fossili di Graecopithecus freybergi, suggeriscono come la linea evolutiva degli ominidi e degli esseri umani si sia divisa molto prima di quanto creduto e che questa divisione sarebbe avvenuta nel Mediterraneo orientale e non, come abbiamo pensato finora, in Africa.

Per capirlo, il team di ricercatori ha analizzato due fossili di Graecopithecus freybergi: una mascella inferiore rinvenuta in Grecia e un premolare superiore, proveniente dalla Bulgaria. Servendosi della tomografia computerizzata, una tecnica diagnostica per immagini, gli scienziati hanno visualizzato le strutture interne dei fossili, riuscendo a osservare che le radici dei premolari risultavano fuse.“Mentre gli ominidi hanno tipicamente due o tre radici separate e divergenti, le radici del Graecopithecus convergono e sono parzialmente fuse – una caratteristica dell’uomo moderno e di molti ominidi tra cui Ardipithecus e Australopithecus”, spiega Böhme, suggerendo così che la specie Graecopithecus freybergi potrebbe appartenere alla linea evolutiva umana. Il team di ricerca è riuscito a datare la sequenza sedimentaria dei siti fossili del Greecopithecus in Grecia e Bulgaria, rivelando un’età quasi sincrona per entrambi i fossili, rispettivamente di 7,24 e 7,175 milioni di anni. “Siamo all’inizio del messiniano, l’epoca che termina con l’evaporazione quasi completa del Mar Mediterraneo”, spiega Böhme.

Secondo i ricercatori, il deserto del Sahara del Nord Africa si sarebbe formato più di 7 milioni di anni fa: infatti, dall’analisi dei sedimenti in cui sono stati ritrovati i due fossili, sono state trovate selci rosse molto sottili che potrebbero essere classificate come polveri del deserto. “Questi dati documentano per la prima volta l’estensione del Sahara, le cui tempeste hanno trasportato polveri rosse e salate sulla costa settentrionale del Mar Mediterraneo”, spiegano i ricercatori.

Contemporaneamente allo sviluppo del deserto del Sahara, come suggeriscono i ricercatori, in Europa si stava formando la savana. Per capirlo, il team di scienziati ha analizzato frammenti microscopici di particelle di carbone e di silice vegetale, chiamate fitoliti, scoprendo che derivavano da piante caratterizzate dalla fotosintesi C4, molto comune nelle aree tropicali e nelle savane. “Questi dati forniscono prove della presenza di siccità”, spiega Böhme. “La formazione del deserto in Africa settentrionale più di 7 milioni di anni fa e la diffusione delle savane nell’Europa meridionale potrebbero aver giocato un ruolo centrale nella divisione della linea umana e di quella delle grandi scimmie”, conclude Böhme.

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