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L’ultimo saluto a Shigeru Mizuki, disegnò incubi e storia del Giappone
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Tokyo 30 novembre 2015. Tutte le agenzie battono la notizia che il popolarissimo padre del Manga moderno, Shigeru Mizuki, ci ha lasciato. Io sono qui, in Giappone, stavo organizzando per incontrarlo.
Rimango senza parole. Ho sognato con i suoi disegni sin dal primo momento, quando, circa venti anni fa, scorsi su uno scaffale della fiera del libro di Bologna questi volumi formicolanti di dettagli, che parevano attraversare gli stili più diversi. Shigeru Mizuki era uno sciamano del fumetto, raccontava le storie meravigliose della tradizione shinto giapponese, reiventandole a modo suo. Storie di mistero, popolate di mostri minacciosi e sciocchi, gli Yokai, con una grazia venata da un senso del grottesco e un’ironia inconfondibili. Mizuki era un maestro del racconto e un maestro del disegno, che si incontravano sulla strada del ricordo personale. Spesso perfino dell’aneddoto, elevato a forma di arte sopraffina.

Aveva fatto clamore con la sua opera del 1966, Kitaro dei cimiteri,
in cui lo sguardo macabro era filtrato da un sense of humour che aveva il suo corrispondente occidentale forse solo in Chas Addams, creatore degli Addams, per le pagine del «New Yorker». Ma già in Kitaro, a differenza dell’americano, Mizuki mostrava una verve narrativa a lungo respiro, che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita.

Pubblicò per la rivista underground «Garo» e divenne in breve un’icona del Mangae del Gekiga (il fumetto drammatico) facendo subito genere a sé. Al punto che Sakaiminato, sua città natale, dedicherà una via intera ai mostri e spiriti che popolano le sue storie. L’autobiografismo e il romanzo storico, nella seconda fase di questa titanica produzione, diventano territori di caccia per un narrare vorticoso e instancabile, una nuova vena. Pubblica un libro dopo l’altro.

La storia del periodo Showa, raccontata in otto volumi tra il 1988 e il 1989, è un racconto fiume di oltre 2.500 pagine, che attraversa la storia del Giappone. Mizuki ha allora 66 anni. Storia e storia personale si intrecciano, la guerra, con il suo dolore e la sua insensatezza. I ricordi affiorano. Il soldato Mizuki, unico superstite di un battaglione suicida, viene duramente sanzionato per essere sopravvissuto. Un affresco ilare e crudele, del tutto reale, che parla più di tanti saggi e delinea uno sguardo non conforme alla tradizione di un Paese votato all’estremo sacrificio. Il fanatismo viene deriso, come nell’altra celebre biografia di Adolf Hitler, opera antimilitarista che denuda e denuncia.

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