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Mindhunter è una delle serie tv migliori dell’anno
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David Fincher, dagli anni Novanta a oggi, ha passato la maggior parte della sua carriera cinematografica nella mente del cattivo. Talvolta ha fatto del villain il protagonista dei suoi film o dei suoi show – basti pensare al Frank Underwood di House of Cards, a Mark Zuckerberg in The Social Network o Amy Elliott Dunne in Gone Girl – quasi volesse indagarne i ragionamenti con la sua telecamera chirurgica; più spesso ha delegato l’esplorazione della mostruosità ai buoni, per così dire, mostrando come il male si insinui nelle pieghe del bene (Fight Club è un esempio molto curioso, in questo senso). Il lavoro del regista è costellato di successi: pochi i colpi bassi, pochi gli errori. Molte le volte in cui ha dato forma a vicende profonde ed enigmatiche grazie a un uso peculiare, forse unico, dell’empatia.

Mindhunter è prima di tutto uno show sull’empatia. L’originale Netflix tratto da Mind Hunter: Inside FBI’s Elite Serial Crime Unit, scritto da Mark Olshaker e John E. Douglas, la cui prima stagione è stata resa disponibile il 13 ottobre racconta dell’importanza progressivamente rivestita dalle scienze comportamentali nelle procedure di cattura dei supercriminali a opera dell’Fbi, dunque del ruolo essenziale rivestito dalla psicologia nell’indagine poliziesca. Dovendo pensare alla serie in termini genere diremmo che è un poliziesco basato più o meno interamente sulla vecchia dinamica del poliziotto buono/poliziotto cattivo. La verità, però, è che semplificheremmo.

In parte thriller e in parte procedurale, Mindhunter ricostruisce la dinamica di omicidi efferati e apparentemente inspiegabili di donne grazie all’acume di Holden Ford, qui interpretato dal bravissimo Jonathan Groff di Looking. Eroe fragile, che conosciamo inizialmente come essere umano a disagio con la sua stessa ignoranza e impotenza per assistere a una graduale trasformazione, a lui si affiancano altri personaggi tra cui il partner rozzo Bill Tench (Holt McCallany) e due donne: una è la misteriosa fidanzata, Debbie (Hannah Gross) e l’altra è la psicologa omosessuale Wendy Carr (Anna Torv). La serie di Fincher, soprattutto nelle dinamiche femminili, corteggia infatti anche il genere noir.

Non è difficile tracciare la linea tra Mindhunter e show affini: i primi nomi (ma non i soli) a venire in mente sono Fringe, il cui meccanismo di costruzione di team sono praticamente citate in modo esplicito grazie alla presenza di Anna Torv, e Hannibal. Con la serie di Bryan Fuller i punti in comune sono molti, ma il più grande torna a essere l’empatia di Will Graham/Hugh Dancy cui Ford/Groff assomiglia pur essendone la copia meno esasperata. Nel mondo dei videogiochi, inoltre, grossi riferimenti per l’originale Netflix potrebbero essere La Noire o Heavy Rain, affini non soltanto nelle atmosfere ma nella ricerca di comprensione tramite interrogatorio di quel che avviene nella testa del villain.

Più di tutto, però, Mindhunter somiglia al cinema dello stesso David Fincher – che ne dirige direttamente quattro episodi in totale – al punto da poter passare per una sorta di prequel di parte della sua opera. Negli anni Settanta in cui la parola serial killer ancora non esiste (ci si riferisce agli assassini come killer sequenziali) Ford è soprattutto il precursore del Detective David Mills di Seven, dei Robert Graysmith e David Toschi di Zodiac e persino di Michael Blomkvist in Uomini che odiano le donne. Certo, il cinema legato agli uccisori psicopatici non è appannaggio del solo regista di Panic Room e infatti sempre il protagonista dello show non può che far tornare alla mente la Clarice Starling di Jodie Foster ne Il silenzio degli innocenti di Jonathan Demme.

Il cuore pulsante di Mindhunter sono, infatti, i lunghi colloqui di Holden Ford con i vari mostri che, in qualche scomoda maniera, finiscono per diventare mentori. È qui che la serie brilla davvero, brilla più intensamente. La sensazione è che si potrebbero passare dieci ore della propria vita soltanto seguendo il detective nei labirinti mentali di personaggi a dir poco pazzeschi come Ed Kemper (Emmy subito a Cameron Britton che gli presta corpulenza e comportamenti affettati) mentre comprendiamo che quando si tratta di esplorare la psiche perversa di un assassino ciò che conta non è la qualità, ma la sequenza delle domande. Come Graham in Hannibal, ma in maniera meno supereroica, Ford – dunque lo spettatore – comprende che le sole bussole possibili per orientarsi nei sentieri della crudeltà sono l’istinto, un’umanità profonda messa costantemente e consapevolmente a rischio, e soprattutto la già citata empatia.

Menzione d’onore va allo showrunner Joe Penhall e al resto degli sceneggiatori dei dieci episodi (di durata variabile: dai trenta ai cinquanta minuti) perché Mindhnter è sostenuto dai dialoghi mai triti, mai banali, mai scontati. Sempre eccezionali. Sono proprio i dialoghi a fare di questo prodotto atipico, coerente e disturbante ma sempre cerebrale, mai insopportabile, forse la serie tv più ricca e scintillante (finora) dell’autunno 2017. La ritroveremo – è praticamente garantito – nelle classifiche di fine anno.

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