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Please Stand By: Dakota Fanning nei panni di una ragazza autistica
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Non deve essere facile crescere sotto i riflettori di Hollywood. Non deve essere facili ritrovarsi con una sorella minore che ti ha rubato la scena. Eppure Dakota Fanning, ex bambina prodigio, si dice felicissima della carriera della sorellina Elle e continua un percorso di carriera che non la porterà all’Oscar ma di certo ai vari Festival.

Dopo Brimstone – presentato al Festival di Venezia di due anni fa, ma mai arrivato in sala in Italia – l’attrice ha presentato alla Festa del Cinema di Roma, nella sezione parallela di Alice nella Città, cioè quella dedicata al cinema per ragazzi, Please Stand By, in cui interpreta una ragazzina autistica che intraprende un viaggio solitario.

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Wendy (Dakota Fanning) è affetta dalla sindrome d’autismo a dalla morte della mamma si trova ricoverata in una struttura specializzata dove, grazie alla terapeuta Scottie (Toni Collette), riesce a tenere tutto sotto controllo – a partire dai vestiti da indossare ogni giorno e dalla strada che la porta fino al lavoro – e a dedicarsi alla sua più grande passione: Star Trek. Quando la Paramount indice un concorso per nuovi sceneggiatori proprio sulla sua serie preferita, la ragazza mette tutta se stessa nella stesura di più di 400 pagine di sceneggiatura, che non riesce però a spedire in tempo. L’unica possibilità per la consegna del suo lavoro entro i termini previsti dal regolamento è andare a Los Angeles di persone e consegnare lo script brevi manu. È così che la ragazza intraprende un viaggio pieno di imprevisti.

In Please Stand By c’è tutto quello che ci potrebbe aspettare da un film del genere, cioè racconto di formazione e road movie, in cui il viaggio è il pretesto per raccontare una crescita, un avvicinamento, una comprensione.

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La bravura del regista Ben Lewin, così come quella di Dakota Fanning sta quindi tutta nella capacità di non calcare mai la mano, non andare alla ricerca della lacrima facile o della risata ad ogni costo. La prevedibilità del film, che lo rende vietato ai maggiori di quattordici anni (esageriamo, ma è davvero pensato per un pubblico di giovanissimi) è compensata dalla delicatezza con cui si tratta il tema dell’autismo e l’intelligente escamotage di affiancare le difficoltà affettive e comunicative di Wendy a quelle di Spock. Come lei il vulcaniano è metà umano e metà “alieno”, non capisce il comportamento dei compagni, ma trova il modo di codificare le emozioni altrui; come lei non sa empatizzare, ma grazie alla vicinanza e all’affetto del Capitano Kirk inizierà a capire.

Peccato che l’analogia si fermi a questo. Viene da chiedersi se i ragazzini di oggi siano davvero così fanatici di Star Trek al punto di capire la metafora, oppure se l’intera operazione non sia soltanto un gulty pleasure del regista, e l’occasione sprecata di indagare come e quanto la serie cult abbia saputo parlare a migliaia si spettatori, e cambiare in qualche modo la nostra percezione del mondo.

 

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Pubblicato in: NEWS

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