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Tutto quello che vuoi, un’avventura generazionale tenera e da ridere
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Hitcock sosteneva che ci fosse un solo modo per far funzionare davvero un film: “Script, script, script”. La sceneggiatura è arte complessa e meravigliosa, lo sa bene Francesco Bruni che la frequenta da un bel po’ di anni e che è passato dietro la macchina da presa finora solo tre volte. La prima e l’ultima – nel senso di più recente – si somigliano: come Scialla, anche Tutto quello che vuoi propone un confronto generazionale tutto da ridere. E anche qui la poesia (allora affidata al personaggio del poeta criminale Vinicio Marchioni) salverà il mondo, inteso come mondo interiore dei protagonisti.

La storia, naturalmente, è ben diversa. Alessandro è un ventenne trasteverino che annega nella noia della routine capitolina, tra tafferugli con i coetanei, una storia d’amore clandestina e i continui litigi con il padre, che vorrebbe vederlo a lavoro e non al baretto con gli amici. Un giorno Alessandro accetta suo malgrado di assistere Giorgio, un poeta malato di Alzheimer, testimone della seconda guerra mondiale.

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Il rapporto tra i due è qualcosa di sensazionale, ben scritto ma soprattutto magistralmente interpretato. Nei panni di Giorgio troviamo il regista Giuliano Montaldo, che a Bruni dona una performance colma di autoironia, carisma, misura, generosità. Gli tiene testa – e sulla carta era impossibile – lo sconosciuto Andrea Carpenzano. Segnatevi questo nome, perché il ragazzo ha talento da vendere e una naturalezza fuori dal comune che mancava da un po’ al cinema italiano.

Insieme formano una delle coppie più riuscite del panorama cinematografico contemporaneo, capace di trasportare il pubblico in un’avventura insieme esistenziale e di formazione. Giorgio diventerà la guida che Alessandro non ha mai avuto, quest’ultimo gli ripagherà il favore facendogli riassaporare il gusto della vita (tra sigarette, carte, playstation e articoli di giornale) e accompagnandolo in una strampalata quanto tenerissima caccia al tesoro. Il tutto fidandosi dei ricordi di un memorabile smemorato.

È una commedia che funziona perché fa ridere e commuove, come la migliore tradizione della commedia all’italiana. Perché è scritta come un meccanismo ad orologeria che gioca bonariamente con le emozioni del pubblico (appena sta per scatenare una lacrima, Bruni piazza una battuta per stemperare, sorvolando a piè pari ogni retorica e tenendo un equilibrio narrativo impeccabile). Perché è ben diretta e ottimamente interpretata anche dai personaggi così detti secondari: è raro trovare un cast così affiatato e brillante, dalla bravissima Raffaella Lebboroni alla banda dei ragazzi amici del protagonista Emanuele Propizio, Riccardo Vitiello e Arturo Bruni, per non parlare del padre Antonio Gerardi e della sempre convincente Donatella Finocchiaro.

Un film che stempera lo sguardo nostalgico al passato ironizzando molto sul presente e provando a far capire come le nuove generazioni, per quanto strampalate e dalla cultura discutibile (esilarante la scena della ricerca su Google delle nozioni più basilari) siano comunque portatrici di valori positivi.

Contro ogni pregiudizio, discriminazione e lotta generazionale.

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