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Twin Peaks, il revival convince anche se è pensato per i fan
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Twin Peaks – diciamolo subito e togliamoci il pensiero – è probabilmente la serie tv più importante della storia. La vicenda archetipica, la passione per il surrealismo di David Lynch coniugata al rigore da procedurale di Mark Frost, le atmosfere e le trovate di ingegno ne fanno un grande prodotto in ogni caso; ma la sua rivoluzione è altrove.

Nel 1990 e nel 1991, quando sono andate in onda le due stagioni originali, lo show ha infatti introdotto il pubblico a una nuova tipologia di narrativa televisiva ellittica e complessa; una forma di racconto episodico da decifrare che nel suo insieme somigliava molto più a un puzzle che al tipico, familiare, lineare corso di puntate autoconclusive di qualsiasi prodotto da palinsesto tradizionale andasse in onda ai tempi. Il gioco non consisteva soltanto nell’incollare lo spettatore al tubo catodico, nel tenerlo in casa a dispetto di altri impegni mondani e offrirgli un buon passatempo ma nel creare un mondo che ciascuno si sarebbe portato dentro per i giorni, i mesi, gli anni successivi.

Un microcosmo nelle cui pieghe occorreva indagare a fondo, e con impegno, se si volevano afferrarne senso e dinamiche, magari leggendo Il diario segreto di Laura Palmer o scervellandosi in lunghe telefonate con gli amici per chiarirsi un po’ le idee. Si può dunque dire, a sommi capi, che Lynch e Frost con il loro Twin Peaks abbiano inventato la serialità contemporanea al suo zenith perseguendo l’idea di un intero universo narrativo su piccolo schermo per la cui comprensione era necessario spostarsi al di fuori della tv su altre piattaforme (come i libri); un’idea portata a compimento dall’esplosione di internet, dei forum, di Reddit. Raccolta ed esplosa da show come Lost, Game of Thrones o Westworld.

Così ventisei anni dopo, quando la visione della tv di domani degli autori di Twin Peaks non solo si è concretizzata ma si avvicina potenzialmente al declino, la serie torna. E non sorprende che in questo ritorno sia rimasta esattamente identica a com’era, come se il tempo non fosse passato affatto. Le inquadrature sono le stesse, le atmosfere sono le stesse, i personaggi – solo più attempati – sono bene o male gli stessi, la storia sembra avvicinarsi molto a quella originale con i cambiamenti dovuti e alcune aggiunte. All’indomani della trasmissione su Sky Atlantic dei primi due episodi del revival si resta quindi intrappolati nel passato che, negli anni Novanta, era il futuro del piccolo schermo e oggi è invece la perfetta normalità. Allo show, insomma, tocca il destino dell’avanguardia: esaurita la sua carica eversiva e trasposta nel presente, la verità è che nel 2017 Twin Peaks non è una serie molto diversa dalle altre.

Qualche cenno alla “trama” (virgolette dovute): come nella realtà, è trascorso un quarto di secolo da quando abbiamo avuto a che fare con gli abitanti di Twin Peaks.
Scopriamo – e si tratta di un colpo di scena interessante – che Cooper è rimasto intrappolato nella Loggia Nera per 26 anni e al suo posto, nel mondo che conosciamo, scorrazza il suo doppio presumibilmente posseduto da Bob (Frank Silva, l’attore che interpretava il cattivo più spaventoso di sempre è passato a miglior vita, nel frattempo). Primo e per ora fondamentale snodo narrativo è che, dunque, il nostro agente speciale preferito deve uscire.
Intanto apprendiamo che l’azione si è spostata: Twin Peaks non è più il solo epicentro della storia perché alla cittadina, come location, si aggiungono Buckhorn in South Dakota e New York. Nella prima viene arrestato un nuovo personaggio, un preside, possibilmente colpevole di un terribile omicidio; nella seconda veniamo a sapere che un miliardario ha finanziato un bizzarro progetto che consiste in un buco in un muro e un cubo di vetro da cui appare un mostro prima e altro poi (no spoiler). Procedendo per inferenza, immaginiamo che questo sia il passaggio tra la Grande Mela e la Loggia. Non lo sappiamo, eh. Lo supponiamo.

Se questo incipit di serie funziona? Ma certo che funziona, e anche a meraviglia. Occorre soltanto procedere per ordine e fare alcune fondamentali considerazioni. Innanzitutto è Twin Peaks: chi si aspettava uno show diverso, nel quale esistesse un intreccio meno complicato e tempi meno dilatati si è palesemente illuso. Questa è la serie che ricordiamo, al 100%, in tutto e per tutto. Intatta e intonsa nel suo splendore a tratti non intelligibile, che richiede qualcosa di più della semplice comprensione cerebrale per essere apprezzata perché necessita di un’immersione nel cuore della magia, del fantasy e delle sue atmosfere in gran parte spirituali. In secondo luogo, è veramente presto per gridare al miracolo o alla delusione: alla conclusione del revival mancano altri sedici episodi da un’ora, tantissimo anche per gli standard della tv non lineare attuale; è lecito pensare che il meglio debba ancora arrivare, visto che abbiamo – tra l’altro – visto in scena ancora pochissimi dei 217 attori annunciati. In terzo luogo, proprio perché Twin Peaks è rimasto così fedele a se stesso forse non porterà nuovi fan a Showtime: questo ritorno è prima di tutto un regalo agli appassionati, un premio alla lunga attesa di chi con Cooper e gli altri, in un modo o nell’altro, ha convissuto per gli ultimi 26 anni.

In conclusione: Twin Peaks è tornato in grande stile conservando intatta tutta la sua enorme potenza visiva e il suo carico di terrore. Il suo incanto e il suo vudù. Non possiamo ancora giudicare se sarà completamente all’altezza delle aspettative, ma resta la porta aperta su un pocket universe regolato dalle leggi del sogno. Se guardando le serie originali vi trovate a storcere il naso e definirlo lento, assurdo, sconclusionato e persino ridicolo lasciate perdere, davvero; fatevi un favore. Se invece i vostri incubi sono fatti, da due decenni, di tende rosse e pavimenti a scacchi, nani e giganti, caffè e torte alla ciliegia scoprirete che l’immersione nel revival è qualcosa più di un semplice piacere: è un tuffo nell’evento televisivo dell’anno.

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