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War Machine, Brad Pitt sconfitto dal suo stesso film
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War MachineProvate ad immaginare un film di guerra che, allo stesso tempo, voglia essere  un manifesto pacifista, fare satira sui conflitti internazionali e criticare Obama: che cosa ne viene fuori? Un minestrone, un insieme di elementi che, presi singolarmente, potrebbero avere un senso, ma che invece, mischiandosi, perdono la loro forza. È questo il problema principale di War Machine, film realizzato da Netflix, che vede come protagonista Brad Pitt nei panni del generale Glen McMahon, ispirato alla controversa figura del generale Stanley McChrystal.

McMahon, un uomo che crede veramente nella guerra come mezzo per portare la pace, viene inviato in Afghanistan per risolvere il conflitto che dura da 8 anni. Il generale si troverà, quindi, a dover dirigere una coalizione di soldati proveniente dai principali stati europei che sono coinvolti nella guerra, proprio nel momento in cui l’amministrazione Obama deciderà di ritirare le truppe Usa dall’Afghanistan.

Il cast è di prim’ordine: ad affiancare Brad Pitt ci sono infatti Ben Kingsley, nei panni del Presidente afghano Hamid Karzai, e Tilda Swinton che ricopre invece il ruolo di una politica tedesca.
Il film è godibile e scorre via velocemente: il ritmo della narrazione e le frequenti battute pungenti riescono a nascondere bene le principali lacune di War Machine. Il regista, David Michod, sembra non aver ben chiaro che genere di film voglia realizzare, passando così da un registro ad un altro senza dare la continuità logica e il giusto approfondimento alla narrazione.

Il rapporto tra politica e guerra è fatto di chiaroscuri, è un ambito complesso ed articolato, ma Michod punta alla estrema semplificazione, appiattendo tutta la classe dirigente americana, a partire dal Presidente: da un lato ci sono i militari, follemente innamorati della guerra, e dall’altra gli uomini con il colletto bianco a cui non interessa nulla della guerra a meno che non si tratti di business o di campagna elettorale.

Anche il bravo Brad Pitt, che ha dato prova di saper essere un ottimo militare nei panni del tenente Aldo Raine in Bastardi senza Gloria, a tratti risulta fuori posto. Il suo generale McMahon, infatti, è troppo calcato per essere realistico, ma troppo poco macchiettistico per essere satirico.

McMahon sembra un incrocio tra il protagonista di un vecchio western, un uomo tutto d’un pezzo, orgoglioso e fiero del ruolo che ricopre, e il personaggio di una barzelletta con i suoi tic, lo strano modo di correre e l’incapacità di pensare ad altro che non sia la guerra. Emblematico in questo senso l’incontro con la moglie a Parigi: nonostante siano mesi che i due coniugi non si vedono, il generale non correre tra le braccia della signora McMahon, ma anzi è necessario che un suo sottoposto (il lobbista Matt Little, interpretato da Topher Grace) gli ricordi di andare a salutare la moglie. L’incontro tra i due ha una carica erotica e romantica da far rimpiangere le convention sulle multiproprietà.

War Machine tenta di ripercorrere lo stesso solco tracciato dal Dottor Stranamore, ma è evidente come sia ben lontano dal capolavoro di Kubrick: il film di Michod manca dell’umorismo graffiante che, invece, contraddistingue la brillante commedia nera del ’64.
La parabola discendente di Glen McMahon
, giunto in Afghnistan come il Messia, l’unico Salvatore che può e deve risolvere il conflitto, e poi distrutto da un articolo del Rolling Stone, rappresenta l’ascesa e la caduta dell’America stessa, l’America non dei palazzi del potere, ma l’America dei padri che portano i figli alle partite di baseball, l’America dei barbecue domenicali, quell’America che ha sostenuto Obama e che poi ha votato Trump.

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